Con la fine del ’40 si era cominciata a sentire la mancanza di mezzi e rifornimenti mentre gli inglesi erano in grado di sferrare sempre maggiori attacchi. Uno di essi, in Somalia, il 22 gennaio ’41 sulla linea del Giuba, tenuta dalle truppe del generale De Simone, nonostante gli atti di eroismo, tra cui bisogna menzionare il col. Alberto Mazza, portò gli inglesi dopo circa un mese, alla conquista di Mogadiscio. De Simone riuscì ad organizzare le sue truppe e a ricongiungerle a quelle del gen. Gazzera nel Galla Sidama.
Il 20 gennaio 1941 gli inglesi attaccano ad Adigrat, dove Lorenzini con la sua brigata, che il 17 agosto del 1940, con una marcia miracolosa nel Somaliland aveva preso alle spalle gli inglesi, si battè stupendamente e, sconfitto, non potendo portare le sue truppe ordinatamente in salvo, ordinò il ”rompete le righe, domani adunata sui monti di Cheren”. L’indomani sui monti di Cheren non mancò nessuno all’appuntamento. In quei monti 18000 uomini sostennero furiosi combattimenti per 45 giorni. Di essi 12,000 morirono. Il col. Persichetti comandante il battaglione IV Tosello, incaricato di strappare agli inglesi la posizione del monte Dologorodoc, si fece condurre all’attacco ammalato, in barella, e morì. Il 17 marzo 1941, gli inglesi, dopo un micidiale fuoco d’artiglieria, prendono la posizione di Cheren e in un contrattacco, muore Lorenzini, colpito da una granata, l’eroe di Cheren.
Il 6 aprile gli inglesi occupano Addis Abeba. Amedeo d’Aosta c’era rimasto fino a tre giorni prima. Il 4 aprile muore il stn di cavalleria Archimede Carlo Martini caricando i ribelli, in difesa di donne e bambini.
Amedeo, il 3 aprile, alle ore 17, vista impossibile la resistenza di Addis Abeba, partì verso l’Amba Alagi per la resistenza ad oltranza. Il 6-4 pianta la sua tenda nella boscaglia di AlomatĂ ai piedi dell’Amba e per 20 giorni, quotidianamente scala la montagna di m 3,400 per seguire le mosse del nemico. E per raggiungere la vetta doveva attraversare il terribile Passo della morte, battuto costantemente dagli aerei inglesi. Sotto l’incalzare degli attacchi nemici, il duca si trasferì il 28 aprile sull’Amba. Erano con lui 3850 uomini. Di essi, dopo la disperata difesa durata 22 giorni, solo la metĂ scese le pendici del monte per andare in prigionia. Il gen. Volpini, il 17 maggio, sceso per trattare la resa, fu ucciso dai ribelli col maggiore Bruno e due carabinieri. Il 20 maggio cessò la resistenza e i superstiti ebbero l’onore delle armi dagli inglesi.
Il gen inglese Platt ammirato per le dimostrazioni che gli indigeni fecero ai piedi dell’Amba al Duca, gli disse “Altezza, la migliore prova che umanamente non vi era possibile fare dippiĂą, ve la offre con questa manifestazione, il vostro popolo. Voi siete vittorioso”
Il cap. pilota Mario Visintini, il Baracca della seconda guerra mondiale,della 412° squadriglia comandata dal cap. Raffi, abbattè 16 apparecchi. Il 12/12/1940, poichè il Raffi era stato costretto ad atterrare in territorio nemico, fu preso a bordo dal Visintini che lo portò in salvo e ritornò poi per incendiare l’apparecchio rimasto. L’11/02/1941, durante uno scontro tra Hurricans e Fiat CR 42, visto che due gregari erano stati costretti ad atterrare, Visintini rientrò in campo per rifornirsi e ritornò alla ricerca dei compagni malgrado le condizioni atmosferiche proibitive e finì contro il monte Nefasit.
Sull’Amba Alagi il gen. Gazzera prende il comando dell’A.O; al Galla Sidama dove resiste epicamente fino al 25 luglio 1941 quando, senza piĂą mezzi, si arrese a Dembidollo. Il generale *illeggibile*, alla testa delle sue truppe compì un’epica marcia per ritirarsi combattendo attraverso un territorio desolato e infido.
Cessata la resistenza nel Galla Sidama il gen. Guglielmo Nasi resta solo a Gondar a difendere la bandiera italiana, dove resistette quattro mesi dal 26 luglio al 27 novembre ’41. Eroismo e resistenza fulgidissime, 20 medaglie d’oro. Il ridotto di Gondar era sistemato a capisaldi: quelli di Uolchefit e di Culqualber comandati dai colonnelli Gonella e Ugolini resistettero fino ai limiti delle possibilitĂ umane.
Il Muntoz UnatĂą Entisciau caduto il caposaldo di Debra Tabor, fu preso dagli inglesi, fuggì, ripreso fuggì ancora e si presentò davanti al caposaldo di Cuqualber per parlare con il comandante ma essendogli stato risposto che non era possibile, si slanciò verso le nostre postazioni attraversando un campo minato e fu orribilmente ferito. Trasportato davanti al col. Ugolini, consegnò lo stendardo del suo 79° battaglione e spirò dicendo ai suoi indigeni ”combattete con la bandiera italiana. Italia non perdere. Nemico ora forte ma Italia…”
Varie le sortite per rompere il cerchio. Il presidio di Uolchefit è costretto ad arrendersi il 28 settembre 1941 con l’onore delle armi. Il maggiore inglese Ringrose scrisse a Gonella “la bravura e l’eroismo della resistenza opposta dai vostri ufficiali e uomini di fronte al fuoco di artiglieria, attacchi aerei, fame, e privazioni sono oggetto di ammirazione da parte dell’armata britannica”. Il colonnello Gonella fu decorato dell’ordine militare di Savoia. Fu messo due volte sul bollettino di guerra. ”I soldati di Gondar durante la resistenza cantavano: non ci conoscete, lasciatevelo dire, noi siamo i gondarini duri a morire.” Il generale Nasi proclamò ”Uolchefit fu sei volte il Monte Grappa d’Etiopia” Il presidio di Ulchefit ebbe 87 bombardamenti aerei e 20,000 granate di artiglieria.
Culqualber resistette in tragiche condizioni e privazioni. Il colonnello Ugolini che era al comando, ebbe le medaglia d’oro e l’ordine militare di Libia e fu citato con i suoi reparti tre volte nei bollettini di guerra fino al 21/01/1941.
Il colonnello Adriano Toselli (medaglia d’oro), comandante della 22° brigata coloniale dal motto ”non mollare” compì epiche sortite dalla piazzaforte di Gondar per allentare la pressione nemica e rifornire di viveri gli assediati.
Nicola Toriello comandante del 4° gruppo squadroni di cavalleria indigena, all’avanguardia della colonna Maraventano proveniente da Addis Abeba, tentò di riunirsi al presidio di Gondar. Dopo eroica resistenza si arrese e tenne nascosto, cucito sotto la fodera del cappotto, per tutta la prigionia, lo stendardo.
Dopo la resa di Culqualber, il 21-11, gli inglesi potettero sferrare l’attacco decisivo contro Gondar. Ai tre comandanti di battaglione di Culqualber fu concessa la medaglia d’oro alla memoria. Il capitano pilota Zanzottera quando non ebbe piĂą apparecchi (comandava la 52° squadriglia di bombardamento) si battè a terra tra i battaglioni azzurri degli aviatori rimasti senza aerei, infine fu catturato. Portato ad Addis Abeba dov’era la moglie, concertò con lei la fuga ma fu trasferito a Dire Dawa. Fuggì, fu ripreso, fuggì ancora. Rivede di nascosto la moglie che faceva l’infermiera tra i prigionieri, “l’angelo di Dire Dawa”. Gli inglesi per catturarlo impediscono alla moglie di partire con il 1° convoglio di uomini e di donne che rimpatriano. Gino tenta la fuga con pochi compagni attraverso Gibuti ma in Dancalia, assalito da bande indigene, cade trafitto da frecce e lance avvelenate. Un superstite portò alla moglie Eva un libretto insanguinato in cui Gino aveva scritto “Se morissi, il mio sangue alla Patria, la mia anima a Dio, il mio corpo alle iene”. Queste parole sono scolpite su una tomba vuota ma sempre coperta di fiori. Nel campo di prigionia a *illeggibile* i nostri soldati eressero una stele a ricordo del Duca d’Aosta ”Medaglia d’oro A, R. Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, vicerè d’Etiopia. Presente! A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti”
Le esequie del Duca: una cassa con lo stemma dei Savoia portata da due sbarre di traverso alla fossa. Ufficiali e soldati prigionieri in grande tenuta sull’attenti. Lontano pochi inglesi in tenuta da campo.
Colpito dal tifo e malaria, spirò a Nairobi tra il due e il tre marzo ’42 alle 3,45. Le sue ultime parole al medico “Vi ricordate dottore, quando sull’Amba Alagi cercavo la morte? Sarebbe stato vanitĂ . Bisogna saper morire anche in mano al nemico, in un ospedale”