Tra le carte del mio povero figlio Piero, morto a El Alamein c’è un diario di guerra. Lo rileggo spesso, il mio pensiero e il mio cuore straziato, su quelle note episodiche e frammentarie, costruiscono un ponte di luce lanciato verso quell’abisso tenebroso che è la sua vita ignorata di guerra. Mi riunisco così a lui, dal momento del distacco per accompagnarlo lungo il suo penoso, terribile Calvario, fin nell’angolo ignoto dell’Africa, ove si dissolvono al ghibli, nella sabbia cocente sahariana le sue ossa insepolte. Mi impressiona un episodio che rivela la casualità che regola le vicende umane e l’irrilevanza delle nostre azioni individuali nel divenire della storia.
26 Ottobre 1943 – Oggi finalmente posso aggiornare il mio diario, sono ricoverato alla Giuliana dal diciannove. Mi sento straniato, abulico, come appena desto da un lungo sopore popolato da incubi. E’ stato forse tutto un brutto sogno, infatti, sveglio mi ritrovo sempre in Africa, mentre dovrei essere a casa, e senza più alcuna probabilità di andarvi, ora che sono sospese le licenze. Una vera disgrazia. Mi devo ancora reputare fortunato di essere vivo? O è solo un rinvio?
Beh…, oggi 26, dunque – Siamo partiti da El Alamein il 14, io e il tenente Fantini, mio carissimo amico. Libero dal 10, aveva voluto rimandare la sua partenza fin quando fossi libero anch’io per fare il viaggio insieme. Gliene facevo un appunto anziché avergli obbligo perchè non capivo quella decisione. Era perlomeno bizzarra data la sua situazione: con la moglie suicida, pare per la disperazione della lunga assenza e l’incerto ritorno del marito. In casi come questo si corre via subito per rendersi conto dell’accaduto, lui invece niente, se ne stava calmo, impassibile in accidiosa attesa che io fossi sbrigato dalle formalità relative al passaggio delle consegne. Non capivo. Escludevo che potesse aver paura di fare quel viaggio in aereo senza la confortevole compagnia di un amico, non ha mai avuto esitazioni, non è mai impallidito nel pericolo. Un cuore di ferro, anche di fronte alla morte. Fu durante il tragitto da El Daba alla Benina, che ebbi la spiegazione inaspettata ed imprevedibile del suo comportamento: mi confidò all’improvviso, in un momento di espansività , come se volesse liberarsi di un dolore immobile, sospeso che lo rendeva incapace di riappropriarsi di sé stesso, che… la moglie si era suicidata non per eccesso di affetto verso di lui ma per difetto di fedeltà … ormai inoccultabile. Io mi mostrai incredulo ma lui sapeva tutto, era ben informato, conosceva anche il nome dell’amante. In licenza ci andava per coerenza con la versione ufficiale data alla sua sventura, per non alimentare la curiosità indiscreta dei maligni ed evitare incresciose spiegazioni, commenti maliziosi. Finalmente capivo! Doppiamente da commiserare, povero amico! Doveva nascondere sotto la maschera del dolore il suo orgoglio sanguinante e fraudare la pietà altrui per fuggire al ridicolo: una violenza ulteriore per il suo carattere franco e leale. Ciò che lo tormentava era il pensiero che colui che era stato causa della morte di quella povera donna non mostrasse alcun rimorso continuando a curare i legami della propria vita sociale e a svolgere tranquillamente le mansioni di sempre.
Alla Benina l’ufficiale di servizio alla tappa ci assicurò che, per la rinunzia di molti partenti al loro turno per quel giorno, venerdì 17, avrebbe potuto farci partire subito, anzi, avremmo preso posto sull’apparecchio pilotato dal tenente Sandonaci, il miglior…
– Sandonaci hai dètto? – il mio amico sembrava preso da subitanea curiositÃ
– Lo conosci? Franco Sandonaci, asso della caccia, parecchie volte decorato, ora è passato ai trasporti
– No, non lo conosco, confondevo con un compaesano ma… fa tutt’altro nella vita – rispose precipitosamente Fantini ricomponendosi nella sua enigmatica impassibilità glaciale, ma la voce mi era sembrata trasformata, quasi spirante.
– Ah… ecco Barabba… quel fante lì che sta entrando lo chiamano Barabba perchè è un birbone ma nessuno lo punisce o vuole che sia punito – ci spiegò l’ufficiale – Beh? Barabba, sono pronti? Toh gli elenchi e accompagna i tenenti all’apparecchio n. 40. Sandonaci è venuto? Buon viaggio e buona licenza. Non tornate più, se avete già 24 mesi di Africa, fatevi avvicendare mentre siete in Patria… chè una volta qui, a casa non ci tornate più. Magari fatevi ricoverare in un ospedale, ma in Africa mai più… Auguri!
Sull’apparecchio c’erano già tutti gli altri: undici tra viaggiatori e personale di bordo, con noi 13, un numero promettente. I motori rombavano assordandoci. Infilammo il galleggiante, meno il mio amico che si sedette ombroso in un angolo: era come assorto e ogni tanto fissava obliquamente il pilota, un giovane bruno e atletico intento alla manovra. I motori accellerano, l’apparecchio comincia a procedere caracollando. Aumenta la corsa, poi, rallentando, si ferma, ma subito il rombo diventa furioso, ruggente, e il velivolo si muove e riprende la corsa traballando e impennandosi sulla pista; infine sembra infiggersi e poggiarsi su di un mezzo più soffice e più docile. Si libra. Vedo scorrere veloce il campo sabbioso, disseminato di uomini, macchine e aerei simili a zanzaroni immobili o in movimento. Il rumore diviene ansito ritmico, affannoso, grave, come ricorrente, un assordante gargarismo di basso profondo. I viaggiatori, lo sguardo tra attonito e smarrito, si irrigidiscono trattenendo il respiro, si raccolgono in sé stessi e quasi si contraggono, nei volti hanno l’inquietudine d’una ansiosa attesa. Siamo in alto, sembriamo fermi, sospesi nello spazio e invece, le eliche, sfumate in un brivido di serica trasparenza, ci trascinano tagliando le nuvole. Sotto di noi si stende, sconfinato, infido, il Mediterraneo. Ogni tanto si precipita giù di qualche metro, si trattiene il respiro, si solleva il busto, ci si afferra alla spalliera del sedile come per sostenersi per evitare la caduta. Subito l’apparecchio, ripoggiandosi sopra strati di aria più stabili, ricomincia a scivolare, grugnendo e brontolando rauco, sornione. Il pilota guarda avanti, il marconista scrive, il mitragliere scruta in giro dalla torretta.
Nell’infinita solitudine dove siamo, nella vuota, immateriale luminosità dell’aria, la mia fantasia si infervora e stabilisce richiami e associazioni inaspettati tra il piccolo e l’infinito, tra l’effimero e l’eterno. Pullulano stupori, immagini alate ed evocazioni che hanno lampi di lirismo, tonalità di musica; pensieri ed emozioni procedono all’unisono col ritmo dei motori, la mia sensibilità ha sorprendenti ed improvvise rivelazioni di bellezza. Nel mio animo palpitano musicali armonie, fremiti nuovi m’investono, agitano i miei nervi come arditi e intentati accordi tonali. Immagini vivide erompono dalla fantasia come spirali sfavillanti di girandole. Il rombante frastuono s’è ormai armonizzato e fuso in un oscillante equilibrio orchestrale con la mia anima che si inebria e si disintegra in quella effusione sinfonica possente, si smemora e si dissolve nell’abbraccio con le nuvole. Poi, a poco a poco, il suono diventa melodico, lenitivo per i miei nervi che si distendono, il mio animo si assopisce ovattato da un alone di smemorata incoscienza, sto per addormentarmi.
Qualcuno mi parla all’orecchio, mi riprendo e sento bruciarmi gli occhi da uno sguardo fiammeggiante, vicino ed attento: è il mio amico
– E’ lui… quello… il pilota… Sandonaci… era lui l’amante di mia moglie… che l’ha messa nei guai… è lui… capito? – sembra stravolto, acceso di collera e di risentimento
Attraverso il frastuono dei motori capisco e mi sento gelare
– Lui eh? … tenente di aviazione… Francesco Sandonaci…
– Finalmente ce l’ho davanti… finalmente… mi spiace solo per te, ma…
Ho paura, vorrei gridare a tutti gli altri di aiutarmi ad immobilizzare quel pazzo ma… non ho il tempo di fare nulla… ha già estratto la pistola e spara verso il pilota.
Crepita quasi simultaneamente la mitragliera della torretta. Fra il rumore dei vetri che scoppiano in frantumi, fischiano le pallottole che sforacchiano il nostro apparecchio. Panico! il pilota si accascia ma ci fa cenno di portarci in coda. Affiora in noi la primordiale istintività latente che domina la coscienza e la ragione e ci buttiamo tutti, d’un salto giù dalla scaletta, urtandoci, pigiandoci mentre l’aereo s’inchina, precipita.
Inebetiti, con gli occhi sul pilota che agonizza e sul mitragliere sanguinante che continua a sparare, ci si spinge sempre più indietro, afferrandoci l’uno all’altro per non rotolare in avanti, per allontanarci dal punto dell’urto prossimo, inevitabile, nell’illusione di poter così ritardare la fine. L’apparecchio intanto, si raddrizza ma cala, cala, poi la collisione e sono sballottolato contro la scaletta. Quando si dirada il buio sfavillante che si era fatto nei miei occhi, vedo uno spettacolo tragico, desolante: quattro morti, il pilota, il mitragliere, il mio amico, un ufficiale di marina; feriti il marconista, l’aiutante pilota, quattro viaggiatori; illesi ma pesti e malconci io e altri due. L’apparecchio galleggia. Il tenente Sandonaci morente, non ha mollato i comandi ed è riuscito ad ammarare, è ancora tenacemente saldo al suo posto per continuare il suo dovere al di là della vita.
Nessuno aveva avuto modo di notare il gesto folle del mio amico nella simultaneità improvvisa dell’attacco di uno Spitfire. E nessuno ha capito come e da chi realmente è stato ucciso il tenente Sandonaci.
Siamo rimasti in mare 48 ore, per alleggerire l’apparecchio abbiamo buttato in acqua i bagagli e anche i morti che sono saliti a sette. Quarantotto ore in compagnia della morte attorno a me e dentro di me. Finalmente siamo stati raccolti da un sottomarino. Non saprò mai se ad uccidere il pilota sia stato Fantini, lo Spitfire o… la guerra.